Proclama, decreto e bandiera di Gioacchino Murat

Pubblicato da Felice Muscaglione in Storia · 21/7/2016 07:08:00
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PROCLAMA, DECRETO E BANDIERA DI GIOACCHINO MURAT
SEQUESTRATI DAL CAPITANO TRENTACAPILLI
DOPO L’ARRESTO PER LA TENTATA INSURREZIONE DI PIZZO
a cura di Felice Muscaglione
Fonte: Bimensile  “MONTELEONE” n. 79 Marzo – Aprile 2014 di Vibo Valentia
Proponiamo, ai nostri Lettori, il contenuto integrale di alcuni documenti, di eccezionale importanza storica, redatti da Gioacchino Murat prima del suo sbarco a Pizzo, e sequestrati allo stesso Murat, insieme alla bandiera, che, peraltro, molti storici la credevano perduta, dal capitano Trentacapilli, il quale, a sua volta, li fece pervenire, attraverso l’Intendente di Monteleone, all’ allora Segretario di Stato e Ministro delle Finanze incaricato del portafoglio della Polizia Generale Luigi De Medici.
Dai rapporti compilati dalle autorità locali e militari, il De Medici, redasse anche una relazione dettagliata dello sbarco e della cattura di Gioacchino Murat, che fece recapitare, in gran segreto, a Ferdinando IV, riportando particolari utilissimi alla ricostruzione storica dell’infelice e tragico evento.
Il ritrovamento delle stampe dei rari documenti, sopra citati, che di seguito pubblichiamo, affermano la ferrea volontà del Murat, di tentare, con pochi uomini e con molta irrazionalità, la riconquista del Regno di Napoli.
Ma, occore anche dire, che, fra le ricerche effettuate, spesso è emerso, che G. Murat sbarcò a Pizzo con l’obiettivo di raggiungere Monteleone (Vibo), Città che più di tutte in Calabria egli amava, e dove sicuramente avrebbe potuto disporre della disponibilità di molti patrioti. Infatti, appena arrivò nella piazzetta di Pizzo chiese dei cavalli, che peraltro non ottenne.
Il prof. Eugenio Scalfari, nella sua storia di “Monteleone”, mette in risalto i legami che Murat aveva con i Carbonari Monteleonesi, riportando una notizia non di poco conto:
“… In Monteleone sorgevano allora (1806- 1815) parecchie vendite di Carbonari borghesi e militari, e sembra che in una di esse, com’ è scritto in un documento originalissimo e prezioso da me alcuni anni fa veduto, Gioacchino Murat fosse stato iniziato alla nuova setta.
Affiliata a questa o a un ‘altra vendita era quel Michele Morelli, allora giovane, che fu poi l’antesignano della rivoluzione del ’20, onde fu dopo un iniquo processo impiccato in Piazza del Mercato a Napoli… “.
***
” Rapporto a S. M. relativo allo sbarco di Murat, Proclami e decreti da esso lui preparati per sollevar i popoli a secondarlo nella pazza sua impresa.
Rapporto a Sua Maestà.
Sire: Iddio ha salvato il vostro regno delle Due Sicilie dai mali incalcolabili della guerra civile e dell’anarchia: e forse l’Italia stessa può dirsi scampata datali pericoli. Il reo disegno di Gioacchino Murat di rientrare nel regno, facendovi rinascere la rivoluzione, quantunque avesse l’apparenza di quelle chimere, che ne’ tempi di partito soglionsi facilmente immaginare, pur tuttavolta con somma saggezza fu sempre da V.M. riguardato come oggetto degno dell’attenzione della polizia…
… Eran le cose così ordinate, quando i nostri agenti in Corsica ci avvertirono dell’editto del cavaliere Terrier, comandante di quell’isola, che dichiarava traditori e ribelli tutti i seguaci di Murat: si ebbe ancora l’insolente ed insensata sua risposta: e quindi poco dopo si seppe che colla sua piccola armata si era trasferito ad Ajaccio. Ma né il cambiamento del luogo né la forza dell’editto cambiarono i suoi divisamenti. Rimanendo nell’animo l’idea della guerra civile nel Regno di Napoli, continuamente intratteneva i suoi seguaci di liete speranze. Palesava le sue corrispondenze: vantatasi, senz’alcun fondamento di verità, che tutti i generali fossero del suo partito, come pure quei baroni quei baroni che di sue profusioni viveano: fondava le sue sognate speranze sulla guardia di sicurezza, sopra le civiche e le legioni: ma soprattutto (cosa incredibile a supporsi) su i soldati Calabresi sbandati. E qui fu che cominciò a manifestare il suo preciso intendimento di far la sua discesa in Calabria.
Saputosi dalla polizia questo suo costante divisamento, V.M. diede ancora ordini in Sicilia, perché quelle coste, sotto pretesto di Barbareschi, fossero attentamente custodite. Questa misura divenne tanto più necessaria, avutasi notizia che correva una voce vaga nella Calabria Ulteriore, che il giorno 4 di novembre sarebbe stata proclamata una nuova repubblica e nominatovi primo console Gioacchino Murat.
In mezzo a queste agitazioni del vostro real animo, addolorato non della probabilità, ma dalla sola possibilità, per qualche impreveduto accidenti, di vedere questi vostri sudditi ravvolti in nuove sciagure, e delle passate assai più luttuoso, era la M.V. costantemente informata dai rapporti della polizia, che lo spirito pubblico era disposto per modo che non solamente non fosse da temersi che Murat trovasse seguaci in numero da rendere i suoi disegni pericolosi, ma che anzi fosse con fondamento da credersi che il popolo, specialmente quello di Napoli, alla notizia del suo comparire su qualche punto del Regno, avrebbe fatto man bassa su di tanti infelici che, durante l’occupazione militare, obbligati dalla forza avevano avuta la sembianza di essere suoi partigiani: e su quelli precisamente, che fossero stati maggiormente onorati ed arricchiti: cosicché la polizia alle cure di mandare a voto i rei disegni di Murat ha dovuto aggiungere anche quelle di vegliare alla sicurezza personale di quella parte de’ vostri sudditi, i quali, quantunque gareggino col resto de’ buoni e pacifici cittadini nei principi di onore e di fedeltà, hanno la sventura di esser tenuti dal popolo per sospetti di opinioni contrarie al vostro governo.
Sul fine di settembre si seppe che si aveva offerto a Murat un asilo: che era stato spedito in \tCorsica un tal (Col. Francesco) Maceroni, persona di sua fiducia, e da lui impiegata in molte negoziazioni; \te che una fregata Inglese fosse pronta per trasportarlo altrove. V.M. quantunque vedesse in questa misura la saggezza del consiglio ed il vantaggio del momento, allontanando il male, non lasciassi illudere dalla speranza che Murat vi si sarebbe piegato, e per le notizie dei suoi proponimenti, e per quella sua vanità di tentar cose al di là delle proporzioni delle sue forze. Infatti non guari dopo si seppe che Maceroni da Bastia era passato ad Ajaccio, e che, tenuto discorso con Murat, sembrava che l’offerta non fosse stata accettata. Si ebbe indi a poco la risposta che egli diede al Maceroni in forma diplomatica, con cui, mentre par che accetti il passaporto, si riserba di trattare con S.M., l’Imperatore sulle condizioni dell’asilo; ma rifiuta di passare a Trieste sulla fregata inglese, sotto pretesto della sommation peu mesurèe qui m’a été adresée par M. le capitaine de la fregate. Questa risposta fu inviata ad arte dopo che Murat s’era già messo in mare, o certamente sul punto di mettervisi, constando dai rapporti di Corsica che Maceroni era arrivato ad Ajaccio il 28 settembre, e nella notte stessa del 28 al  29 Murat aveva da quel porto fatto vela con sei barche sottili armate, e con circa dugento tra ufficiali e bassi ufficiali. Egli è ancora degno d’avvertenze che il 27 Murat fece in Ajaccio una promozione militare, creò maresciallo di campo il colonnello d’artiglieria Natali; capitano, il tenente Viaggiani; e tenente, il sottotenente Pasquali. I decreti originali, che sono in mie mani, hanno tutte le forme di cancelleria, chiudendo nel modo usato:
Il nostro ministro dì guerra e di finanze sono incaricati, ciascuno per la sua parte, dell’ esecuzione del presente decreto.
\tMurat offrì ancora poche ore prima di partire, ad un Corso, il di cui nome è ben noto a V.M., l’intendenza della provincia di Salerno. Pieno di folli speranze, egli s’incamminò verso le nostre coste: e per le notizie da noi avute, non ci fu persona in Ajaccio che credesse aver egli il proponimento di andare altrove. Infatti, perché rifiutare il passaggio offertogli sulla fregata? Perché preferire legni sottili e facili ad esser presi dalla nostra marina alla garanzia rispettatissima che gli dava la bandiera della Gran Bretagna? Dugento ufficiali e bassi ufficiali, tutti armati; ed animati dallo spirito di rapina e d’incursione, eran forse il corteggio che condurlo doveva nel suo ritiro?  Le sue parole non sorpresero la credenza de’ più semplici cittadini di Ajaccio: e mentre colà si compiangeva la follia dell’intrapresa, già si vedeva il sangue civile che sarebbe corso a torrenti nelle nostre sventurate contrade. La sua stessa navigazione fu diretta da Capo-Carbonara sulla Calabria.
Non prima del 4 di questo mese (ottobre) la polizia ebbe avviso della sua partenza da Ajaccio, del numero delle barche, dei dugento ufficiali che conduceva, e della sua decisa direzione sulla Calabria. Furon le vigilanze raddoppiate: V.M. non permise colla saggezza de’ suoi consigli, che fossero prese misure di polizia con arresti arbitrari: fidando in Dio, nella giustizia della sua causa, e soprattutto nella fedeltà de’ suoi sudditi, si contentò di limitare i suoi ordini previdenza di difesa, e soprattutto a preservare il Regno dai danni sanguinosi de’ movimenti spontanei delle grandi masse popolari. Furono spediti de’ corrieri lungo la costa da Salerno a Reggio; le stesse comunicazioni furono fatte a Messina: ma tutto con riserva. Eran così le cose ordinate, quando la sera del dì 9 il telegrafo annunziò Murat disceso al Pizzo seguito da trenta ufficiali, in modo ostile, rompendo le leggi di salute, e gridando nella pubblica piazza: Io sono Gioacchino. Gridate tutti, viva il Re Gioacchino Murat. Lo stesso telegrafo annunziò essere stato preso Murat dal popolo, e condotto insieme co’ suoi satelliti nelle prigioni di quel castello. Per lo stesso mezzo si seppe che la pubblica sicurezza non era stata in alcun luogo alterata.
Dietro gli avvisi telegrafici son venuti i rapporti del gen. Nunziante, del procuratore generale, de’ rappresentanti del comune del Pizzo, del clero, dell’intendente della provincia, del comandante; in somma di quante sono le autorità civili e militari. Questi diedero a V.M. i seguenti dettagli; cioè che la mattina dell’8, verso le ore 11 e mezzo, comparvero due legni armati alla marina di Pizzo, un bove ed una scorridoja; improvvisamente ne scesero 31 persone, le quali tutte in armi si avviarono verso la piazza del comune, e che ivi giunte pronunziarono le parole sopradette della sedizione; che uno stupore improvviso avesse ammutolito per pochi istanti quel popolo; che Gioacchino chiesto avesse de’ cavalli: ed intanto insieme colla sua gente avviato si fosse per la strada di Monteleone. Il popolo, i proprietari, fra questi il degno sig. Alcalà, procuratore generale del Duca dell’Infantado, corsero alle armi; e fra le grida di Viva Ferdinando gli furon sopra; che Murat col suo seguito avesse procurato aprirsi con violenza , una strada alla marina; ma fosse stato raggiunto ed arrestato.
Nella mischia restò morto il solo capitano Pernice, di nazione Corso, e ferito il gen. Franceschetti con altri sette. Il popolo inferocito tentò distruggerlo; ma i più saggi lo vollero conservato, per subir quella pena che il diritto delle nazioni infligge ai briganti armati. E’ rimarchevole che fin anche le donne presero le armi e corsero il glorioso pericolo della propria vita per salvare il regno dagli orrori della guerra civile, e forse l’Italia da una sanguinosa rivoluzione. Il bove e la scorridoja, vedendo mal riuscito l’affare, si salvarono colla fuga.
Il giorno 10, il capitano di vascello Caffiero, comandante della divisione delle cannoniere a Palinuro, prese due altri legni armati, della stessa spedizione, con 48 ufficiali e sottofficiali; e questi confessarono che nelle acque di Capo-Carbonara avessero avuto l’ordine da Murat di dirigersi per Calabria, e propriamente al Pizzo. E’ da notarsi che tutta questa gente, oltre gli schioppi, sciabole e pistole, erano annate di stilo. Un’altra barca comparve nella marina di San Lucido; pose a terra due emissarj; e, vedendoli arrestati, si pose anch’essa in fuga. Quindi delle sei barche della spedizione, solo due sono state arrestate; ed i prigionieri, compreso Murat, sono al numero di 79. Resta solo al buio, se i di sbarchi avessero dovuto eseguirsi in tre punti; ovvero, se, stando tutti i legni sulle alture del Pizzo, andato a vuoto il progetto, si fossero separati.
Io mi riserbo di dare a V.M. con altro mio rapporto la notizia precisa di tutte le carte rinvenute. Di Calabria sappiamo che fra le carte prese sulla persona di Murat dal capitano della gendarmeria Trentacapilli, vi fossero: 1. Un passaporto pel Duca di Lipano. 2. Un decreto tutto postillato di mano propria di esso Murat, colla data di ottobre 1815, lasciato in bianco il giorno, con cui si organizza la guerra civile, mettendosi fuori della legge tutti i ministri di V.M.; e sciogliendosi il governo in tutta la sua economia, fin anche nelle funzioni de’ minori magistrati. 3. Un proclama in istampa al popolo, anch’esso in data di ottobre 1815, con cui lo eccita alle sedizione colle più ingiuriose espressioni alla vostra sagra persona ed al vostro governo. Si scrive ancora che fosse stata trovata la sua bandiera che servir doveva per vessillo della guerra civile. Subito che queste carte saranno nel mio ministero, le umilierò a V.M., e la supplicherò di permettermi che le renda pubbliche colla stampa, onde l’Europa giudichi del gravissimo pericolo che questa nazione, e forse l’Italia tutta, ha corso.
***
Proclama sequestrato a Gioacchino Murat dal Trentacapilli
PROCLAMA
GIOACCHINO NAPOLEONE Re delle Due Sicilie Ai suoi fedeli sudditi
Bravi Napoletani
” Il vostro Gioacchino vi è restituito: esso ritrovasi in mezzo di voi; le sue afflizioni e le vostre son terminate.
Il vostro Re annunziandovi il suo ritorno, non vi annunzia un perdono, voi non l’offendeste giammai; ma egli rinnova a’ suoi figli il giuramento che loro fece, cioè di renderli felici. Non sarà mai spergiuro, e il suo cuore, che voi si ben conoscete, e la vostra costante fedeltà, vi garantiscono che le sue promesse non sono dissimulate, e c’egli non differisce, come Ferdinando, l’epoca della vendetta.
Io vivevo nella solitudine, in uno di quegli asili modesti che si è sempre sicuri di ritrovare tra il povero virtuoso. Colà disprezzavo il pugnale di quegli assassini di Marsiglia, di quei cannibali che in tutte l’epoche della rivoluzione francese si macchiarono nel sangue dei loro concittadini. Ero risoluto di aspettare nel mio ritiro il fine della febbre anti-Rivoluzionaria che divora la Francia per tentare la conquista de’ miei stati, e per venire a cercare ne’ vostri cuori un asilo contro le mie disgrazie, e contro la persecuzione la più inaudita e la più ingiusta, quando che io fui obbligato di allontanarmene, dall’indignazione che provai leggendo la lettera scritta da Ferdinando al luogotenente feld-maresciallo barone Bianchi. Non potei soffrire che il Principe che si chiama Re e padre dei buoni Napoletani, consacrasse con un monumento solenne il disonore nazionale. Non soffrirò ch’egli chiami masnade nemiche quell’armata composta dal fiore di tutte le classi della nazione; quell’armata di bravi, della quale fui il creatore ed il capo; quell’armata che aveva dato tante prove di coraggio e di fedeltà, che si era coperta di gloria, che aveva elevato la nazione napoletana al rango delle nazioni, e che non dovette gli ultimi suoi rovesci che alle proclamazioni nemiche provocanti la diserzione, e alla voce menzognera che si era sparsa della morte del suo Re.
Allora mi armai nuovamente di tutto il mio coraggio. Mi gettai in una semplice barca di pescatore, e giunsi in Corsica dove trovai subito l’ospitalità e insieme l’offerta de’ servizi di tutti quei bravi che avevano fatte parte dell’armata napoletana!
Sicuro dell’amore de’ miei popoli, e pieno di soddisfazione nel richiamarli alla mia memoria, formai ed ho eseguito il progetto di riconquistare i miei Stati, e vendicare l’affronto nazionale.
Soldati e cittadini!  Voi tutti che avete un cuore nobile e che siete animati di sentimenti di patriottismo, riunitevi al vostro Re; l’offesa è comunque a tutti. Vendichiamoci! Il Principe che chiama masnade nemiche i soldati napoletani, insulta all’intera nazione. Egli perde i suoi diritti al trono; e Ferdinando ha pronunziato la sua abdicazione, colla lettera che ha scritto al barone de Bianchi.
Si, miei bravi e cari Napoletani, noi siamo offesi, e se l’offesa è generale per tutti, voi dovete tutti riunirvi al vostro Re, per allontanare dal vostro territorio un Principe tante volte spergiuro, che promise tante volte perdono, e si mostrò sempre vendicativo.
Che la casa di Casa Lanza, che quel monumento che Ferdinando vorrebbe erigere al disonore nazionale, si distrugga fin da’ suoi fondamenti, e sopra i suoi avanzi si eriga una colonna portante una iscrizione che dirà alla generazione presente e alla posterità la più remota, che in questo medesimo luogo l’armata nazionale, dopo d’aver riportato segnalate vittorie, non potendo resistere al numero de’ suoi nemici, fu costretta a sottoscrivere una pace onorevole, e che Ferdinando per aver eretto questo medesimo luogo, feudo del Regno, come un monumento di disonore nazionale, e per aver qualificato con nome di masnade nemiche l’armata nazionale, fu dalla nazione napoletana dichiarato indegno di governare, e perdette per sempre il suo trono.
Si: la nazione è offesa! Qual è il Napoletano che vorrebbe in avvenire qualificarsi tale e mostrarsi nella società del mondo? All’armi! All’armi! Che la nazione si levi in massa! Che ogni vero Napoletano che conserva dei sentimenti di onore, accorra al mio campo! Che le legioni provinciali si riuniscano! Che l’armata si riorganizzi! Che i miei bravi soldati raggiungano le loro bandiere! Che la brava e fedele guardia di sicurezza della mia buona città di Napoli salvi un’altra volta la mia capitale!
Il mio palazzo reale, tutte le persone e le proprietà di questa immensa città, sono sotto la sua salvaguardia! Che i bravi e fedeli Calabresi, che i popoli di Basilicata, delle province di Salerno, e di Avellino, che i bravi Sanniti, che i popoli della Puglia e di Terra di Lavoro che mi diedero sempre tante prove di attaccamento, si riuniscano al loro re, al loro generale! Che Ferdinando sia costretto ad allontanarsi da una nazione, ch’egli ha così indegnamente oltraggiata, che rientri nell’isola di Sicilia. Marciamo per liberare la capitale, e sotto della doppia insegna della croce e della libertà liberiamo la nostra patria ed assicuriamo per sempre la sua felicità e la sua indipendenza.
Fedeli e coraggiosi Napoletani! Non temete che le potenze alleate si armino di bel nuovo contro il vostro Re. Il vostro Gioacchino non ha mai abdicato. Un rovescio militare non può distruggere i suoi diritti alla corona di Napoli. Riconquistando il suo suo trono, egli altro non fa che imitar l’esempio di quei Sovrani che testé ricuperano i loro.
La Regina e la famiglia reale vi saranno restituite, il vostro Re, lungi d’inspirare in avvenire dei timori a’ suoi vicini, sarà il loro miglior amico. L’Imperator d’Austria, che ingannato sulla vera politica del gabinetto di Napoli, e credendo che il vostro Gioacchino fosse d’intelligenza con Napoleone, gli fece una guerra così fatale, diverrà un’altra volta, non ne dubitate punto, il suo alleato.
Il vostro Re non deve più ispirarvi alcun timore, giacché non si può supporre in lui progetti d’ingrandimento, né sugli Stati del Papa, né sul resto dell’Italia. Gli altri Sovrani d’Europa non hanno alcun interesse a dichiararsi suoi nemici.
Sarebbe un oltraggio alla lealtà del gabinetto britannico, il supporre che egli non cercherà di riparare il male che ci ha fatto dichiarandoci e facendoci la guerra quando che, giusta le nostre convenzioni, le ostilità non avrebbero dovuto incominciare se non tre mesi dopo aver denunziato il fine dell’armistizio.
Noi lo diciamo all’Europa intera; noi non ripetiamo i tristi risultati della guerra, se non dal sistema invariabile che avevamo irrevocabilmente adottato, di conservar lo stato di pace coll’Inghilterra. Noi non incominciammo la nostra ritirata che dopo aver ricevuta una lettera di lord Bentik in data di Genova, colla quale dichiarava che Napoli essendo in guerra con l’Austria, egli si vedeva costretto ad agire contro di noi colle sue forze di terra e di mare nel caso che fosse stato richiesto dal gen. In capo austriaco.
Gli fu risposto: che non volendo essere in guerra coll’Inghilterra, io ordinava la cessazione delle ostilità, e mi ritiravo nelle mie frontiere.
Il gen. Inglese era invitato a far conoscere questa determinazione al generale in capo austriaco. Egli fu soprattutto istantemente pregato di adoperare il suo intervento presso il maresciallo conte di Bellegarde per far cessare dal canto suo le ostilità, e di accettare un armistizio che mi disponeva a proporgli.
In fatti immediatamente dopo feci incominciare la mia ritirata. L’armistizio non fu accettato, e noi osiamo dirlo senza timore di essere smentiti, siccome l’abbiamo annunziato di sopra, noi non ripetiamo tutti i nostri rovesci che da questa volontaria ritirata; poiché egli è incontrastabile che l’armata austriaca non ci avrebbe punto attaccato nelle nostre antiche posizioni, e che il gabinetto di Vienna, persuaso allora che noi non le avevamo riprese che per agire di concerto colla sua armata, sarebbe stato il primo a far cessare le ostilità, e a conservare una alleanza che è così essenzialmente naturale tra l’Austria e Napoli.
Che la confidenza rinasca! Giorni più sereni risplenderanno nuovamente sopra di voi. Il vostro Re terminerà di eseguire, nel seno della pace, i progetti ch’egli aveva concepiti ed incominciati durante la guerra. I travagli pubblici di già sospesi, saran proseguiti con vigore: e tutti i rami dell’amministrazione che languiscono, riprenderanno la loro attività. Gli assegnamenti ed il soldo di tutta l’armata, e di tutti gl’impiegati civili e militari si metteranno in corrente.
Che i funzionari destituiti dopo il 21 maggio riprendano le loro funzioni, e che i titolari che avevano ottenuto, in ricompensa dei loro servizi dotazioni e donazioni, delle quali essi fossero stati spogliati, rientrino nel godimento delle loro proprietà. Che tutti i funzionari nominati da Ferdinando, dopo il 21 maggio, cessino dalle loro funzioni, in una parola, che tutto rientri nello stato in cui ho lasciato il mio Regno.
Dato………….A…………..\til……..ottobre 1815
(lasciata vuota la data del giorno dello sbarco)
Decreto sequestrato a G Murat dal capitano Trentacapilli
GIOACCHINO NAPOLEONE, RE DELLE DUE SICILIE.
abbiamo decretato e decretiamo quanto segue:
Art. 1. La costituzione avrà la sua esecuzione a contare dal 1 gennaio 1816. Saranno date delle disposizioni per la pronta riunione in Napoli del parlamento e della camera de’ comuni. I membri del parlamento e della camera de’ comuni si assembleranno
a…………….- Subito, che lor perverrà la nuova del nostro sbarco. – L ‘ordine di convocazione.
2.\tTutti gli impiegati destituiti dopo il 21 maggio del corrente anno rientreranno subito nell’esercizio delle loro funzioni.
3.\tOgni individuo impiegato da Ferdinando, dopo l’epoca suddetta, cesserà le sue funzioni dal giorno della pubblicazione del presente decreto, o della nuova del nostro sbarco. Quelli, che dopo tale pubblicazione o nuova, si ostinassero a conservare i loro impieghi e a dare una disposizione qualunque, saranno riguardati come ribelli, traditori della patria e come tali saranno puniti con tutto il rigore delle leggi.
4.\tQualunque ministro di Ferdinando, qualunque impiegato, che dopo la pubblicazione del seguente decreto, o della nuova del nostro sbarco, vorrà conservare il potere e fare eseguire gli ordini del suo Sovrano, ordinare delle misure, e dare una disposizione qualunque tendente ad impedire l’esecuzione dei nostri ordini, sarà dichiarato ribelle, provocatore della guerra civile, traditore della patria e del Re, messo fuori dalla legge e giudicato come tale. E ‘ ordinato ad ogni buon napoletano ad assicurare le loro persone alla forza pubblica.
5.\tQualunque funzionario che avendoci prestato il giuramento di fedeltà volesse continuare a esercitare le sue funzioni in nome di Ferdinando, sarà dichiarato spergiuro, e perderà per sempre il suo impiego.
6.\tTutti i nostri ministri e i nostri consiglieri di Stato, alla pubblicazione del seguente decreto, o alla nuova del nostro sbarco, rientreranno nell’esercizio delle loro funzioni.
7.\tTutti i grandi officiali della nostra corona, tutti gli ufficiali civili e militari della nostra casa reale, rientreranno subito nell’esercizio delle loro cariche.
8.\tL’antica organizzazione dell’armata è mantenuta. Nondimeno i numeri 11 e 12 nell’arme della fanteria di linea rimangono provvisoriamente soppressi, perché composti di soldati stranieri. Gli ufficiali di questi due reggimenti, saranno impiegati negli altri corpi in rimpiazzo degli ufficiali stranieri che han dovuto abbandonare il regno.
Ogni militare, qualunque sia il grado, che ha comandato la sua dimissione o che l’ha ricevuta senza averla chiesta, è rimesso in attività. Tutte le promozioni fatte, e tutte le ricompense da noi accordate durante l’ultima campagna, sono conservate. Ci riserviamo di statuire definitivamente su quelle che Ferdinando avesse accordato dopo il 21 maggio.
9.\tIl reggimento svizzero è conservato giusta la sua organizzazione attuale.
10.\tI militari che avevano ricevuto delle ricompense su i demani delle Marche di Ancona, riceveranno l’equivalente su i demani dello Stato.
11.\tQuelli tra i nostri sudditi, che la ricompensa dei loro servizi, avessero ottenute dotazioni, titoli o donazioni, e che ne fossero stati spogliati, rientreranno nel godimento delle loro proprietà.
12.\tLa brava e fedele guardia di sicurezza della nostra buona città di Napoli è mantenuta; essa continuerà a fare lo stesso servizio che faceva all’epoca del 21 maggio. Noi dichiariamo guardie del corpo i fedeli ufficiali della guardia di sicurezza.
13.\tLe nostre case reali di Napoli e di Portici, il museo reale e tutti i stabilimenti pubblici, non che le persone e le proprietà de’ nostri buoni Napoletani, sono sotto la salva guardia e sotto la protezione speciale della guardia di sicurezza.
14.\tTutte le nostre proprietà sono sotto la responsabilità dei grandi ufficiali, ciascuno nella parte che lo concerne. Il nostro primo scudiero, e tutti i nostri scudieri, in assenza del nostro gran scudiere, conserveranno i cavalli, gli equipaggi e le carrozze del Re. La guardia di sicurezza lor presterà man forte, in caso di bisogno, come pure ai nostri grandi ufficiali.
15.\tTutte le classi pubbliche saranno chiuse al momento della pubblicazione del presente decreto, o della nuova del nostro sbarco.
16.\tTutti i nostri vascelli, le nostre fregate, in una parola qualunque bastimento armato, o non armato; tutti i nostri arsenali, e l’artiglieria di\t ………………………………………………………… Terrà tutte le armi……………………………………………………
Marina sono sotto la salva guardia e la responsabilità del corpo della marina, (a l’arsenale di terra) Et  l’artiglieria di terra, et mare.
17.\tI capi delle legioni provinciali sono nominati comandanti delle loro province rispettive, eccettuato quello di Napoli che avrà il suo governo…………………………………………………………las ( rittimentar parte ): essi riuniranno le loro legioni nel capoluogo del distretto il più vicino alla capitale, ed avranno l’alta polizia, sino alla nostra entrata nella nostra buona città di Napoli. Mi sono specialmente incaricati del (provvisoriamente in esecuzione degli articoli de 2, 3, 4, et 5).
18.\tTutti i nostri aiutanti di campo e ufficiali d’ordinanza che si trovano nel Regno si renderanno subito presso la nostra persona al nostro quartier generale.
19. Tutti i nostri sudditi, tutti quelli che son  veri Napoletani e veri amici del Re, sono autorizzati a decorarsi della medaglia di onore. Il colore amaranto essendo dichiarato colore nazionale (le dame napoletane sono invitate a fregiarsi di questo colore) , in persona d’ogni altro nel Regno).
20. Tutte le Scietà patriottiche del Regno sono sotto la protezione speciale del nostro governo.
Dato a\t …………………………Il…………………..Ottobre 1815.
(manca la data del giorno dello sbarco)
                                                                                                                                                    Gioacchino Napoleone
Note: Tutte le frasi corsive sono aggiunzioni che si vedono nell’originale scritte con la matita con carattere poco leggibile. Il proclama pubblicato è copiato esattamente come nell’originale. Il carattere delle aggiunzioni in matita sono di Gioacchino Murat.
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