NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) Napitia nella Storia Antica della Magna Grecia

NAPITIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA. La fondazione di Hipponion, Napitia e Crissa , città della Magna Grecia tirrenica  ad opera  di gruppi di Crissensi lungo le coste del Golfo ora di Sant’Eufemia Lamezia.
Fra tutte le città della Magna Grecia dell’area lametina, gravitanti cioè intomo all’attuale golfo di S. Eufemia, di cui si ha notizia, Crissa è stata quella che di più ha subito l’usura del tempo; al punto che di essa solo attraverso fonti indirette si conserva un pallido ricordo.
Le consorelle più vicine, quali Hipponion e Napitia, che ad essa risultano contemporanee per periodo di fondazione e collegate per le vicende storiche subite, hanno assunto nella storia della regione una posizione di maggior spicco, per il fatto che la loro riedificazione avvenuta dopo la distruzione subita nel corso del 900 ad opera delle scorrerie saracene, ha avuto luogo per le prime due sulle rovine del loro antico insediamento; facendone così rivivere delle antiche città greche distrutte il suggestivo ricordo sulla base di una continuità storica ed ideale; mentre la meno fortunata comunità crissense, una volta frantumata dalle invasioni saracene, andò definitivamente dispersa e quando i resti di quella che fu una nobilissima città decisero di ricostruire il loro centro urbano, per ragioni suggerite da esigenze di difesa, scelsero un posto che offrisse condizioni di maggiore sicurezza o quanto meno di più agevole difendibilità: in previsioni dei pericoli di ulteriori scorrerie ancora incombenti, in un posto diverso del territorio, per quanto abbastanza prossimo all’antica ubicazione della città distrutta.
Abbandonate definitivamente le rovine della vecchia città devastata, dai superstiti abitanti che si attestarono su altre posizioni, era inevitabile che gli edifici dell’antico abitato fossero destinate a scomparire nella nebbia del tempo, trascinando in questo processo distruttivo le vestige, la storia e financo il ricordo.  Questo processo di dispersione venne accentuato dal fatto che le rovine di Crissa, rimasta la località del tutto abbandonata, finirono col diventare oggetto di successive spoliazioni: come se quel cumulo di rovine fosse diventata una cava da cui si potesse trarre il materiale da adibire alla costruzione delle città vicine. In particolare risulta da indubbie testimonianze che la famosa e sontuosa Badia di S. Eufemia, dedicata a S. Maria di Mater Domini, voluta dal principe Normanno, la cui datazione rimonta al 1024, venne costruita col marmo ed il travertino ricavato dalle macerie della vecchia Crissa, che stava nei pressi.
Agli inizi dell’anno mille troviamo gli abitanti della vecchia Crissa raccolti in un nuovo centro abitato, denominato la Rocca, posto in luogo ameno e soprattutto strategicamente più sicuro, di quanto non lo fosse l’antica ubicazione di Crissa; in origine situata sulla pianura nei pressi del fiume Angitola, e quindi facile preda alle scorrerie dei Saraceni che provenivano dal mare. Il nuovo colle prescelto, che domina con la sua altezza la vallata dell’Angitola consente di controllare a distanza tutti i movimenti di navi che avvengono nell’ampio cerchio del golfo di S. Eufemia: è la posizione ideale di chi vuole mettersi al riparo da spiacevoli sorprese nel timore del ripetersi di eventuali attacchi improvvisi dei pirati; quale certamente fu quello fatale che produsse la distruzione della città, adagiata comodamente e pacificamene  in prossimità della riva.
Pizzo invece viene edificata sulle rovine dell’antica Napizia. Ilario Tranquillo nel suo libro « Storia Apologetica dell’antica Napizia », oggi detto il Pizzo, al capitolo quinto del libro secondo, intitola: « si trova come l’antica Napizia già rovinata dai Saraceni, fu riedificata sullo stesso scoglio e chiamata Pizzo: si mostrarono i suoi Riedificatori, e si addita il fine per cui la rifabbricarono ».
Secondo l’autore che scriveva nel 1725, appoggiandosi a notizie precedenti riportate da Barrio Gabriele, Scipione Mazzella, Gerolamo Marafiotti, Leandro Alberti, « la seggiola, luogo marittimo, che con lo scoglio, ove torreggiava la Pizia, confina, un tempo già sede di delizie, divenne asilo e ricetto di corsari; dove trattenendosi occulti, uscivano all’incontro delle barche veleggiami nel golfo facendole loro miserabile preda ». Secondo i su riferiti autori e soprattutto secondo il P. Fiore, nella sua « Calabria Illustrata », dove rammemorando il fine per cui ebbe il Pizzo la sua riedificazione, è detto:
« Pizzo la sua consistenza, scrive esser ciò avvenuto sì per dare impedimento allo sbarco, sì per torre al trattenimento de corsari il ricovero ». E finalmente Domenico Martire, nella sua ” Calabria sacra e profana “, addita il Pizzo fabbricato affinché si fugassero dalla seggiola i corsari. « Sicché provato con chiarezza il fine, per cui fu il Pizzo edificato, resta che con certezza si pubblichi, che del Pizzo l’edificatori, siano stati li abitatori de tré mensionati casali: Sandonato, Manduci e Bracci ». E lo stesso autore aggiunge:
« Nel celebre Archivio dell’Eccellentissimo nostro Principe di Mileto, (prosegue il Tranquillo a pag. 39 opera citata) che è dentro il suo Palaggio nel Pizzo, conservasi la Platea del Pizzo, fatta nel 1476, per concessione del Rè di Napoli, Ferdinando d’Aragona, nel tempo appunto, che era conte di Mileto e signor del Pizzo Carlo Sanseverino. In cotal platea nel foglio primo, chiara ed espressamente si legge che il Pizzo fu edificato dall’Abitanti de’ Casali finitimi e vicini.
« Ed avvenga che nella citata Platea non s’esprimono i nomi de Casali i di cui abitanti l’edificarono, abbastanza però appariscono espressati con dichiararsi finitimi e vicini: ben essendo a tutti noto che nel contorno e ne confini del Pizzo altre abitazioni non vi siano state, che le tre nomate S. Donato, Manduci e Bracci ». « Ma per rendere compiuta quest’Istoria, è bene dar qualche breve contezza delle tre accennate Abitazioni ». È sempre lo stesso antico scrittore che parla:
« Era il Braccio situato lungi dal Pizzo un miglio, in luogo nominato oggi la Torre, presso a cui vengonsi le vestige dell’antica Parochia, sotto il titolo di S. Silvestre, e nel contorno altre chiese dirute: chiamasi oggi di tutta quella Riviera il Casale. Appartenea egli alla giurisdizione dell’antica Crissa oggi detta Rocca Angitola, essendo stato uno de suoi diceotto Casali, sparsi nel suo ampio territorio: come leggesi nella Platea della Rocca Angitola, fatta nel 1476 che nel laudato Archivio conservasi. Si fa del Braccio racconto anche nelle schede de Notari, in più Platee de Benefici e nella Calabria sacra e profana di Domenico Martire »….
« Amendue Castelletti S. Donato e Manduci, siccome stimo appartenevano alla giurisdizione dell’antica Napizia, conciosiaché è certo non spettavano alla Rocca Angitola, perché annoverati non li trovo tra diceotto Casali di quella nella laudata Platea ». Che in questa forma di collaborazione tra napitini e crissensi si esprima un reciproco sentimento di solidarietà basato sulla consapevolezza della comune origine focese, o che invece debba considerarsi come la manifestazione di un semplice rapporto di affari o scambi di servizi fra comunità vicine, non è dato sapere. Comunque questa circostanza ci conferma nella convinzione, che tra le tre città della Magna Grecia ci dovevano essere dei frequenti rapporti di affari e la vita sociale delle tre comunità doveva svolgersi sulla base di una reciproca integrazione, alla quale un rapporto notevole doveva essere fornito dai numerosi casali del retroterra.
Singolare è l’interpretazione che il Tranquillo da del diverso ruolo svolto dai Crissensi e Napitini nella costruzione di Pizzo. A pagina 395, continuando il discorso circa l’ipotesi della ricostruzione della vecchia Napizia, afferma: « dunque, essendo in quel tempo Abitanti ne tre mentovati Casali, non sol coloro, che in essi ebber la nascita, ma altresì i Napitini, ivi due o tre anni prima ricoveratisi per le rovine della lor Patria Napizia, chiaramente ne segue, che l’edificatori del Pizzo furono i Napitini, gli altri Abitatori de tre mensionati Castelletti, quelli alla nobile impresa impegnatisi come Capi, e questi per la medesima servendo di braccio ».
Da che cosa l’autore deduce questa osservazione non è dato sapere, ne nel corso dell’opera si cura di fornirne comunque le prove che starebbero a legittimare una tale osservazione che discriminando tra i solerti costruttori, viene ad attribuire un ruolo dirigenziale ai Napitini nel compimento della grossa impresa, e relegare l’apporto dei Casali alle più modeste mansioni bracciantili. È proprio il caso di dire che il Tranquillo, che resta attento e scrupoloso studioso della materia, nel caso specifico abbia peccato di eccesso di zelo pel configurare una posizione più dignitosa ai Napitini, forse indotto a tale indulgenza dalla sua propensione ad esaltare il ruolo dei suoi concittadini, in conformità a tutta l’intonazione apologetica che egli ha voluto dare alla stesura della sua opera; che per altro risulta pregevole e di grande utilità sotto altri punti di vista. Tale tendenza appare con una certa evidenza anche in altri casi, come quando ad esempio nello stesso libro II cap. I pag. 38 attribuisce ai fondatori del Pizzo l’intenzione di procedere a tale impresa nell’intento di rendere impossibile l’azione dei pirati che dopo la distruzione di Napizia si erano annidati alla Seggiola; in ciò appoggiandosi ad alcune dichiarazioni del Barrio (libro II pag. 139) il quale per la verità si era limitato a segnalare la presenza dei corsari alla Seggiola:
Hic (la Seggiola) secessus est, in qua Pirata latebant ». Ed il Marafioti (cronache di Calabria, lib. 2 e. 23 pag. 137) parlando della dimora che nella Seggiola facevano i Corsari, afferma: « che cotal trattenimento solevano fare i Corsari con molto loro commodo nella Seggiola riponendovi la preda ». Il resto delle considerazioni sono del Tranquillo il quale argomentando da tale constatazione arriva alla conclusione, a lui particolarmente gradita: « consolavansi però prudentemente sperando, che dalle prossimane abitazioni si porgerebbe a tanto mal rimedio; conciossiachè arrintuzzar di tanti ladroni l’orgoglio, valevoli non erano; per esser pochi l’abitanti dell’angolo menzionato della distrutta Napizia ».
Per sostenere questa tesi però, che attribuisce fini di utilità generale ai nuovi costruttori, l’Autore deve ricorrere al sostegno della tradizione. « Insemina la fama avvalorata dell’antica tradizione, è resa tanto sonora, che da per tutto l’è intesa e con buona faccia è stata ai posteri comunicata ». Anche su questo particolare la carità di patria prende la mano allo storico per indurlo ad avvalorare una tesi scarsamente documentata, ma cara all’autore perché nobilitava le imprese dei suoi illustri e solerti antenati. Più semplicemente la segnalata partecipazione di gente di diversi casali alla ricostruzione della vecchia Napizia, fa pensare a quel fenomeno di dispersione che verosimilmente si è verificato dopo la distruzione dell’abitato di Crissa, per cui non tutti seguirono lo stesso itinerario: ritrovandosi la grande maggioranza impegnata nella costruzione della Rocca Angitola, che dalla vecchia Crissa si può ben a ragione considerare la diretta discendente; altre frange, meno numerose della popolazione crissense, le troviamo presenti ed impegnate nella costruzione della nuova Napizia, mentre altre ancora si sono sparse nei casali del retroterra.
Comunque dell’antichissima esistenza di queste tre città ci fornisce una buona testimonianza il Barrio il quale ci assicura che uno storico antichissimo, quale Antioco Siracusano, diede al golfo di S. Eufemia la denominazione di « Napitinio » in omaggio alla città di Napitia. Inoltre parlando di questo seno marino Strabene nel suo libro lo indica: « Quem Antiochus Napitinum dixit ».
Dalla concordanza delle due citazioni storiche si deve con buon fondamento concludere che all’epoca di Antioco Siracusano la città di Napizia era molto fiorente, insieme alle città consorelle, ed era assurta a tale importanza da onorare col suo nome lo stesso golfo Lametino.
A questo punto data l’importanza della fonte storica ci interessa sapere l’epoca in cui Strabene visse. Da varie storie e specialmente dalla Cronistoria di Timoteo da Termine al sesto libro si conferma che il famoso geografo greco visse nell’anno decimonono dalla venuta di Cristo.
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