LA NOBILTA’ DEL PIZZO
di Giovan Francesco Savaro (1640)

Dettami, Apollo mio, versi a bischizzo
Che se avrò del tuo dir piena la tasca
Io canterò la nobiltà del Pizzo.
Orsù che sento a guisa di burrasca
Fioccar la vena, e gonfiarsi il cristere,
e mille versi la mia musa infresca.
Più che hanno i Certosini miserere,
Più che vi ha di pignatti Soriano,
Più che vi ha bravazzi Pontoniere
Ma dir che cosa è il Pizzo non è strano,
Debito di rettorica lo chiede
Come màinsegna Tullio, e Cipriano.

Il Pizzo è un castellon che appunto siede
Nelle radici del monte Appennino
Dove di Santa Eufemia il golfo ha sede.
Il suo sito è mirabile e divino:
Sta sopra di un gran scoglio situato
Con artifizio raro e pellegrino
Di mare intorno intorno è circondato,
Ha un fosso assai magnifico e gentile,
E tutto poi dal mar quasi bagnato.
Ave una prospettiva signorile,
Sorge dal mare a lui l’ampia campagna,
E alla altezza di coi fatto è servile.

Non teme il mar se incollera, se incagna
Di libeccio arrabbiato, e di ponente,
Che seco il suo furor nulla guadagna.
Ha un monte poi di sopra assai eminente
Fertile di più vigne, e di gradini,
Dove fuori a bel tempo stan sovente.
Sono dal lato destro i suoi molini
e dal sinistro poi l’ampia marina
Copiosa di alberghi, e magazzini.
Ave una piazza stupenda e divina,
Lunga, ben larga, e posta in suolo aprico
Frequentata di sera, e di mattina.

Chiamasi lo pizzo in tempo antico
Napizia da soldati Napitei,
Per quanto scrisse un certo autore amico.
Furon Dalmaziani acerbi e Rei
Che d’umano sostegno avendo inopia
Vennero per consiglio degli Dei.
Stefano Freza dice in Etiopia
Esservi i Napitei, di cui ragiono
Ch’anno di ricchi aroma ti gran copia.
Sia pur come si voglia, a me par buono
L’uno, e l’altro parer di questi autori
Che toccar questa corda in questo suono
Ma Guido dalla guerra ebbe dolori
In Calabria, e Fernando d’Aragona
Questa terra arricchi di molti onori.
Castello alzò real di giusta e buona
Architettura, e poi se non m’inganno,
Francheggiò per molti anni ogni persona.
Ma fermiam qui, lettor, che troppo affanno
Se del Pizzo cantare io più dovrìa,
Perchè non basterebbe intero un anno.

Quì dunque son di nobile genia
Molti casati delli quali or canto
Se pur zoppa non è la musa mia.
Viveasi già confusamente intanto
Tra nobili, plebei, e popolani,
Nè distinguean fra lor tanto, nè quanto.
Ma assaliti da pensieri insani
Scrissero a Sua Eccellenza acciocchè fosse
La nobiltà distinta dai villani.
Ma fermiamoci, o musa, in sulle mosse
E narriam li casati a suon di squilla,
Pria che la sottil vena mi s’ingrosse.

Incominciam da casa di Tranquilla
Che di esser protonobile si vanta,
E qual capra in ovil strepita e strilla.
Per quanto a noi la vecchia fama conta
Vengon da Catanzaro gli avi loro,
E fur propinqui a quei di Terra Santa.
Benchè al presente vivono in decoro
Di nobiltate, i padri, e gli antenati
Vendean fettucce, e stringhe in mezzo al foro.

Più bene avri loro avi scrutinati
Ma sento che mi chiama il gran Faone
Con testimoni assai privilegiati.
Dice che è nato da famiglia buona,
Sebbene al tempo mio vendeva sale
Per molti luoghi a diverse persone
E la pretende il pover bestiale
E vuol cogli altri ancor farsi in dozzina.
Olà strigliate un pò questo animale.

La famiglia Di caro è quì vicina:
Gia Giacomo Di caro è capitano,
Sicchè alla nobiltà più si avvicina.
Uomo di armi fu il padre, e molto umano,
E de’ suoi tempi valoroso e forte
Di corpo, di sapore, e più di mano.
Fu generoso ancor fino alla morte;
Del resto chi più vuol, vada a cercarlo,
E quai fossero gli avi, e di qual sorte.

Notar Francesco Antonio è qui Di Carlo:
Non farò notomia de’ suoi parenti,
Perchè mi è amico, ed io di lui non sparlo.
E se di questo poi non ti contenti
Cercalo tu lettor che forse avrai
Prove de’ primi suoi convenenti.

Casa Pacenza m’affatica assai
Perchè non trovo la sua discendenza,
Musa dimmelo tu:cosa ne sai?
Affè che per mia lunga esperienza
Se trovo la famiglia assai gentile,
Pur puzza di taverna la semenza.

Ma qui si batte un po’ più lo fucile
Perchè mi chiama casa Melacrini
Che pretende aver grado signorile.
Gian Minico ,e Alessandro son vicini
Tanto di pelo buon, quanto di razza,
Han costumi magnanimi, e divini.
Fra Paolo zoppicando viene in piazza,
Ed esibisce ancora i privilegi,
E fra gli altri per nobile si spazza.
Chi furon gli avi a questi illustri egregi?
Il padre di Alessandro era notaro
Di qualitadi, e di costumi regi.
L’avo dicono poi ch’era massaro
Trattò l’aratro, e maneggiò la zappa:
Gli altri del sangue, a lui si stanno al paro.

Ma quì la penna nella rete incappa.
Fate ala perchè passa Tallarico,
Grosso di nobìltà, come di chiappa:
Fu di remi, e di barche il padre amico.
Ma Fabrizio Caferro ancor s’infrotta,
Ch’essendo forestier, di lui non dico.

Vien notar Scipione Caparrotta
Che se ha la nobiltà conforme al naso
Nobile si può dir dì tutta botta.

Casa Iappello fassi avanti a caso:
Essa viene da Squillace, e mi rimetto
A quanti altri di lei ha persuaso

Olà chi è costui largo di petto?
Sicuro ch’egli è Paolo Profiti,
E fassi avanti a nostro mal dispetto.
Li privilegi suoi sono infiniti,
Perchè egli è Razional di questo Stato,
Benchè di aratro fur gli avi forniti.

Questo altro che dal mar tutto è bagnato
E’ Antonino Cuturi, al quale ancora
L’esercito del mar non sembra ingrato.

Oh! putta di mia musa traditora
Mi era scordato casa di Nocito,
Mati dirò signor Agazio or ora.
Egli è di Catanzaro, ond’io vi addito
Di non cercar di lui, la moglie poi
Fu di casa Ameltis di Melito.

Nobile in veritade ognun di voi.
Ma che cosa vuoi tu messer Francesco
Febbraro? Mostra i privilegi toi.
Coi nobili vuoi star dell’ombra al fresco,
Chè il collaretto guadagnato in guera
Fa ballar tutti i tuoi in stil moresco.

Ahi! furo li tuoi primi zappaterra,
Maierato lo sa con Filogaso,
Se pur la penna mia del ver non erra.
Empierìa di Aceto questo vaso:
Di Giannangelo io parlo, ma vedendo
Che è straniero, a tacer son persuaso.

Da quell’altro canton strillare intendo
DonNicola Gualtieri, e vuole in lista
Aver del molto illustre, e riverendo.
Ma trovar come il voglia or mi contrista
Che sua genealogia non ai sa dove,
E per nobile vuole che si allista.

Vien Diego Di Diano che versa e piove
Fiumi di nobiltà, ma com’è corto,
Tale di noblltà tu lo ritrove.
Possa prima del mese essere morto
Se anche l’Arcidiacon di Mileto
Pretende d’esser cavolo nell’orto.
Ma certo m’è palese il suo segreto
Ch’egli non lo pretende,e sol gli basta
Viver nell’esser suo placido e quieto.
Egli è composto di una certa pasta
Che questa pretendenza abborre e schiva,
E fugge ove tal lite si contrasta.
Ei gode solamente a suon di piva
Chiamar le muse, e celebrar di Dori
La gran bellezza sotto l’ombra estiva.

E quando il fier Leone accesi ardori
Ruggendo spira, e l’universo accende,
Tessere in riama i suoi nascosti amori.
Egli par che lo sappia, e più l’intende,
Perchè il compasso suo ha del geometra,
E sol stesso a misurar pretende.
A lui per gran dolcezza il cor si spetra
Quando al suon del suo tragico strumento
Ammollisce ogni sasso, e i fiumi impetra.
Ma qual mostro vegg’ io! ma qual portento
Mi addita, o musa, la tua sacra mano!
Chi è quello che va in poppa con buon vento?

Per Dio ch’egli è Domenico Romano!
Che cosa vuol costui che sì galoppa,
E a farsi gentiluom corre nel piano?
Per nobile arrollarsi esso va in groppa
Con tutto che di barche fu servente,
E vogò il remo all’albero di poppa.
Ma quì giuro ed affermo legalmente,
Che se a persona nobiltà si deve
Mostri di gentiluomo la patente.
Ma quest’altro arrollar non vi sia greve:
Figlio di messer Monaco è costui,
Ch’esibisce autentico il suo Breve.
Nome ha Francesco, e lo sapete vui
Che vogò il rémo, e poi si fè droghiero.
Ceda la vostra nobiltade a lui.
Io non credo che abbia un tal pensiero

Franceseo Mele, e che pretender voglia
Nobiltà se fu il padre mariniero.
Aiuto! aiuto! ahimè mi vien la doglia
Perchè Giuseppe Mergolo si arrolla,
E fra li gentiluomini s’imbroglia.
Il padre è gentiluomo a tutta folla:
Fu sarto, ora è droghiero, onde a ragione
firmiamogli di nobile la bolla.
Ma mi scordai fra nobilì persone
Di arrollar Marcantonio Iazzolino,
Che di più civiltade ha pretensione.
Pizzoni ben lo sa, lo sa il molino
Dove fassi il carton, la carta straccia,
Quel fosse il padre, l’avo, e l’abavino.

Casa Ferraro ancor nobile si spaccia,
forse perchè con carta e calamaro
il Regio Ufficio le partite straccia?
Si dice che suo avo era notaro,
Sebbene senza scrupoli mi è detto
Che in Curinga il pro avo era massaro.
Io sempre al maggior segno mi rimetto
Che non vorrei far qualch’error da sezza,
E s’intendesse poi fatto a dispetto;
Ma quì per aiutarlo ho in man la frezza,
Qualche favor dal cielo di Tropea
Uscì per procurargli qualche pezza.

Ma veggio un uom che in capo ha certe idee
Di essere il primo nobile del mondo,
E più dì Giulio Cesare, e di Enea.
Sta su, camina grave, e sputa tondo,
Porta un certo collare alla spagnola,
Ha viso più che fosco, e furibondo.
Con certa fantasia tant’alto vola,
Che a dirti il vero l’aquila di Giove
Potrì ghermire al suon della viola.
Antonino è costui che grascia piove,
E il cognome di lui, se tu lo vuoi,
Tra le pecore tue va che il ritrove.
Santo Nicola agli antenati suoi
Donò la culla, e trattar zappa, e ronca,
E cogli aratri affaticar li buoi.
Ben’egli è ver che se il natal gli tronca
L’aria di nobiltà, non però resta
Nobiltà dottoral recisa, e monca.

Martino mio colla tua laurea in testa
Correr ben puoi sin da Milano a Como,
Che il bel nome de’ tuoi fama ti appresta.
Ma vi Poeta, anzi del Pizzo il nomo,
Il qual, benchè sìa figlio di cordaro,
Mi fa cogli altri ancora il gentilomo.
Domenico Di Muni a lui va al paro,
E pur vuol essere nobile di Troia,
Bench’egli puzzi ancor di calzolaro.

Colui che nel mostaccio ha tanta foja
Io mi atterrisco al dirlo, e al cor mi assale
Terror, più che non diede il Turco a Gioja.

Deh! musa cara impetrami tu l’ale,
E mentre canto casa di Morica
Ajutamì a calzare lo stivale

Questa, dice Giovan, è cas’antica,
La discendenza sua viene da Spagna:
La fama è qui di veritade amica;
Pur so che di qual cosa egli sì lagna:
Ma signor mio Giovanni abbi pazienza,
Che chi ben non arrischia non guadagna.

Io provo per sicura esperienza
Che tuo padre fu spagnuol, ma non sapìa
Dir cosa certa di sua discendenza.
Sebbene pure questo esser potrìa
Che dell’antica stirpe inveterata
Per molti lustri, nota non avìa.
Ma ho sentito pure qualche fiata
Ch’era il suo genitor, se pur non fallo
Un moro fuggitivo di Granata.

Dunque vengano Bartolo e Caballo,
Con Giasone, Alciate, e Tiraquello
E l’ammettan. f’ra’ nobili nel ballo.

Quell’altro che inchinato ave il cappello
Mi par che sia Don Agostin Tassone,
Che vuole ai primi suoi esser ribello.
Furono innumerabili persone
Che disser che il padre era di Ciano
Figlio di un conciapelle di Castrone.
I suoi fanno attualmente l’artigiano,
Son legnajuoli, e vendon per le fiere
Casse, e vaglu per crivellar il grano.
Colui che il cielo impetuoso fere
Che sembra esser gradasso o Brandimarte
E fa gridar la gente miserere

Girolamo è Pisano, e in altra parte
E’ nato il padre, onde io non posso darvi
Notizie del suo sangue a parte a parte.
Spero, avendo pazienza, contentarvi,
Perchè m’informerò di sua genia,
Ben chiara poi la tornerò a cantarvi.

Quello a cui si può dir vossignoria
E’ Giannantonio Arlotta, e fu dottore
Il padre, e buon dottore in fede mia.
Se l’aria, poi i pretende di signore
Andatelo a trovar che qui non voglio
Fare per ignoranza qualche errore.

Ora si ha da sbrigare un certo imbroglio,
Che in campo vien Filippo Beneditti,
Saldo, membruto,e fermo come scoglio.
Vuole che i suoi fra i nobili sian scritti,
Ma se vale far nobile il cappello,
Sarian tutti fra’ i nobili descritti.

Ma questo in veritade è un gran ducllo:
Filippo mio, se non hai maggior prova,
Potrai star per civetta di bordello.

E qui passare altrove anco mi giova
Minico Salomone a se mi tira,
Che anch’egli d’esser nobile si approva.
Egli troppo alto in ver piglia a mira,
E del padre primier non si ricorda,
Anzi che nel nomerlo egli si adira.
Ma la musa mi tronca affè la corda,
Che Filippo Di Crisci esce nel campo,
E di ciarle, e di chiacchiere mi assorda.

Filippo aspetta un po’, che ora ti stampo.
Tuo padre fu notaro, e gli avi toi
Guidar l’aratro, e fecondaro il campo,
Così la fama oggi racconta a noi.
Signor Pietro Milano a te mi volto
Che numerar ti vuoi fra grandi eroi;
E benchè in zucca hai un gran sapere avvolto
Furono gli avi tuoi di Majerato,
E vendono latte entro fiscelle accolto.

Sebben codesto vostro dottorato
Fra i nobili vi rende principale,
E siete degno d’essere onorato.

Ma sento certa puzza d’orinale:
Queoto è il medico buon Col’Antonino
Fra i medici di Pizzo il caporale.

Egli ha un ingegno raro e pellegrino,
E’ di natura facile, ed umana:
Insomma, a dirti il vero, ha del divino.

Gli antenati di lui fur della Piana,
Sebbene i primi suoi, per quanto intensi,
Tosaro a molte pecore la lana.

Il padre ha molti, e molti tonni presi,
Perchè Rais egli era dì tonnara,
Capo di ciurma in mare per tre mesi.

Quell’altro che fa l’ angelo alla bara
Egli è Francesco Teti, e a dire il vero,
Ha certa nobiltà stupenda,e rara

Speziale fu del padre il ministero:
Gli avi fecero l’arte di San Pietro,
Egli è dottore trapazza mestiero.

Ma quel che a questo tal camina dietro,
Corto di collo, è Francesco Barretta.
Ahimè! che dalle risa il cor mi spetro.

Fa il gentiluomo, e il fa senza disdetta,
E per provar la sua nobilitate
Con penna e calamar corre a staffetta.

Plasimo è poi di nobili casate:
Pur ch’egli sia di quelle di Tropea,
Alias mi protesto in veritate.

Bongiovan fassi in campo in galilea
Fa il quamquam, si fa nobile, gentile,
Perchè ha in fitto la Mastridattea.

Suo padre fu di Muida, e il suo stile,
Dico, per quanto intcsi, essere stato
Trebbiare il grano, ed arricchir fienile.

Vuo Giuseppe Taccone anche onorato
Esser di nobiltà perchè pretende
Dalla stirpe di Priamo essere nato.

Ma l’avo suo, per quanto poi s’intende,
Adescava li pesci colla canna;
Ma sento ch’egli molto si difende,

E che vien da Tropea provar s’affanna.
Se questo è ver, la penna mìa consente,
E chi crede il contrario assai s’inganna.

Ma veggio che con titolo eccellente
Innanzi mi si fa Carlo Barone,
Nobile a tutta pasta veramente.

L’amo perchè è galante, e con ragione
Può meritare il privilegio vero,
Pareggiandolo a Baldo, ed a Giasone.

Deh! musa piglia in mano il tuo cristero
Che Vien Filippo Callipo alla mesca
Per provar ch’egli ancora è cavalero.

E pretende esser posto infra gli annali,
E sebbene vi prenda a calci il cielo
Io per tacer di lui rompo gli occhiali.

Ahi! mi sento già stanco per lo zelo
Di cantar questi nobili, e nel cuore
Pace non mi restò neppur di un pelo.

Però temprando questo primo umore
Tornerò a dirti il mio, patria mia bella,
Arcivisceratissimo dolore.

Giacchè spampina al cielo ogni sua stella,
E gli occhi stare aperti più non ponno,
E l’ obblio viene galoppando in sella,
Smorzo la luce e serro gli occhi al sonno.

— con Orlando Accetta

Mi piace · · Condividi · 5 ore fa
Share This